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domenica 11 aprile 2010
CEV, DIARIO DI BORDO - TERZA PARTEDi Dario Cordella Sveglia e colazione, questo è il giorno della verità: oggi scopriremo se la nostra gitarella a Baku si concluderà con un'alzata di coppa o con un'abbassata di testa. Ma abbiamo un'intera mattina per sgombrare la mente dai pensieri pallavolistici e tuffarci alla scoperta della città: ci fiondiamo sull’elegante e curatissimo lungomare (che non facciamo in tempo a coprire tutto, causa la sua immensità), successivamente ci spostiamo di poco verso l’interno per ammirare ciò che rimane della città vecchia. Complimenti, tutt’altra impressione rispetto a ieri: la capitale azera ha qualcosa da dire! Rientramo in hotel per prepararci alla partita. Corollario ai riti scaramantici precedenti: di comune accordo, tutti decidiamo di fare più o meno le stesse cose, compiere più o meno gli stessi gesti, seguire più o meno gli stessi percorsi di ieri. E quindi, al termine della vestizione, il ritorno nella hall è scandito dalle solite parole di Fish: "Non vinciamo... Ma se vinciamo...". Tensione. Nel tragitto in taxi, più silenzioso del previsto, mi trovo a pensare al nostro ritornello, e a tutte le implicazioni che lo accompagnano. "Non vinciamo...". E sia. Non vinciamo e ce ne torneremo a casa mogi mogi. Non vinciamo e si respirerà aria pesante fino a fine campionato. Non vinciamo e ci sorbiremo mestamente il tripudio dei detrattori, delle Cassandre da forum, dei giornalisti ipercritici, degli esperti che la sanno lunga. Il popolo dei "l'avevo detto" ha le armi in pugno e gli occhi puntati su Baku. "Ma se vinciamo...". Beh ragazzi, il popolo di cui sopra, in caso di vittoria, avrebbe una sola via: il silenzio. Tutti zitti e tutti a piedi, chè il carretto dei vincitori è già occupato da chi tiene a questa squadra: non ci sono più posti liberi. Tensione. Intanto arriviamo. Anche oggi c'è una buona affluenza di pubblico, i tifosi di casa si godono il premio di consolazione della finalina: un 3-1 con pochi appelli, un Rabita assolutamente in palla, un Ekaterinburg fin troppo distratto... La sapienza e gli urlacci di Mastro Karpol nulla possono sull'esito del match. Tensione. Curiosamente, la partita più importante del weekend diventa un efficacissimo "svuotapista": un minuto dopo la fine della premiazione delle terze classificate, ben più della metà dei presenti sparisce dal palazzetto (sì, compresi i militari casinari). Così, a spanne, gli spettatori sono circa 700. Altro punto in meno alla location e alla scelta della stessa... Tensione. Abbiamo lasciato il megafono allo staff, quindi mi dirigo da Enzo Barbaro, team manager della Futura, per riprenderlo. Enzo fa da tramite tra noi e la squadra da più di un anno: ci conosce tutti, alcuni di noi anche fin troppo bene. Gli arrivo davanti mentre osserva le ultime fasi della cerimonia per il bronzo. Non riesco neanche a capire cosa sto facendo, sono concentratissimo e deconcentrato allo stesso tempo: una corda di violino. Enzo alza lo sguardo: "Cordella?" "Dimmi Barbaro..." Sorrisone da sfottò: "...Sei tranquillo, eh?!" "Ma vaff...!" Le parole giuste al momento giusto: sono un po' meno teso. Nel riscaldamento le ragazze paiono più che mai rilassate; sugli spalti proviamo a tranquillizzarci con battute e risate, ma i volti delle ragazze, più di ogni altra cosa, ci infondono calma. Eddai, che oggi si farà bene! Pensiero chiuso in un cassettino della mente dopo pochi punti del primo set: le serbe difendono-difendono-difendono, la Yama va ancora una volta nel panico sul servizio avversario. Santa Havelkova e Santa Turlea tengono le farfalle attaccate ai pantaloncini della Stella Rossa, ma manca sempre il guizzo utile al sorpasso; questo fino al break slavo che porta Veljkovic e socie sul 24-20, ed è un gioco da ragazzi chiudere il set. Stella Rossa avanti 1-0. Tensione. Tensionissima. Il popolo dei "l'avevo detto" si avvicina inesorabile. L'inizio del secondo set è combattutissimo, anche sugli spalti: ce la mettiamo tutta per incitare le nostre ragazze, di contro alcuni azeri, forse scottati dall'eliminazione di ieri, si prodigano in ulteriori ululati sui servizi delle farfalle. All'improvviso, il patatrac: Fè esce, lì per lì la dinamica dell'infortunio non è chiara (ma lo capiremo dopo, vedendola sfilare sotto la tribuna inchiodata in un collarino), ciò che è limpido è che molto difficilmente sarà ancora della partita. L'alternativa prende immediatamente la via del terreno di gioco: entra Mina Kim. Mina Kim. La mia giocatrice-simpatia, colei che ho sempre difeso/supportato/tifato a occhi chiusi. Mina entra in campo correndo. Dalla B1 alla finale di Cev, un salto senza rete di protezione. Flashback: intervista da pubblicare sul magazine degli AdF, quello da distribuire all’ingresso del PalaYamamay. Domanda: "Cosa hai provato al tuo esordio in A1?". Mina trasforma la sua espressione, passa tra il candido e il divertito. Risposta: "Se deve essere sincera, quando il coach mi chiama me la faccio ancora nella mutanda...". Mina prende posizione tra le compagne. Non sento nessun odore particolare. Buon segno. Siamo sotto di due punti, poi Veljkovic regala il 18-15 alle serbe. Situazione più che delicata... Ovvero il classico momento in cui Fede Valeriano, in campo per il giro in seconda linea, si esalta. E’ lei, la farfalla della provvidenza, quella del punto-promozione, a tirare su la zip della difesa e a sbarrare di fatto la via alle avversarie; poi Turlea, Havelkova e ancora Turlea: sorpasso. Mina fa il suo e non si scompone. Ace di Cuba ed è l’apoteosi, il preludio alla fine del set. Uno pari, palla al centro. Sospirone di sollievo. Ci sarà ancora da soffrire... Ma anche no. Nel terzo la Yama fa quel che vuole, a metà prende le valigie e fugge via, a un passo dalla coppa: la Stella Rossa si fa piccina piccina, un puntino sul campo... Mentre Busto sciorina gioco e tranquillità come se si trattasse di un allenamento, non certo di una finale europea. Beata incoscienza, lunga vita alla follia! E in un set chiuso 25-12 risiede tutta la felicità di chi si è smazzato un viaggio di 3350 chilometri per assistere a un paio di partite di volley: manca poco e assisteremo alla fine di una rincorsa lunga un anno. Perchè noi lo potremo raccontare... Noi CI SIAMO. Ma c’è ancora il quarto set da giocare... O meglio, ci sarebbe: perchè sul 10-2 Yama, i giochi sono praticamente fatti. Il volo delle farfalle è scandito meglio di un orologio al quarzo, le mani di Mina accarezzano il pallone ma fanno un male cane alle serbe. Secondo flashback: Brent Barry, onesto mestierante della NBA e figlio della leggenda del basket Rick Barry, conserva un articolo di giornale da lui stesso definito “il più bel momento della mia vita”; tale articolo però ha come protagonista non lui, ma proprio il più famoso Rick. Qual è la stranezza, quindi? Semplice: il giornalista non parlava di Barry senior indicandolo come “il campione” o “il mito”... Ma come “il padre di Brent”. Senza voler arrivare a certe vette, sarebbe bello se alla nostra piccola italo-coreana fosse permesso per un giorno di staccare l’etichetta della “figlia di Kim Ho Chul” per poter parlare semplicemente di lei. Semplicemente, Mina Kim. Il vantaggio resta tale fin quando il nostro score non segna 20, poi le serbe recuperano nel finale: 24-22 noi. Può accadere l’impensabile? Certo che sì, quest’anno abbiamo visto di peggio... Oh mamma mia. Tensione, di nuovo. Palleggio per Havelkova. Schiacciata. Mani del muro. Pallaaaaaa... FUORI!!! FUORI!!! ABBIAMO VINTO! E la mia Baku si trasforma in un grande abbraccio, così forte e così liberatorio da non capirci niente... Saltiamo, cantiamo, ci urliamo in faccia da pochi centimetri: davanti a me ho le facce di chi non poteva mancare, chi ha fatto i salti mortali per esserci. E sono tutti volti deformati dalla gioia... Lasciatemelo dire: ce la meritiamo tutta. Anche in campo, ovviamente, è festa grande! Giusto un po’ di compostezza durante l’assegnazione dei premi individuali (e Turlea che diventa l’MVP più scontato di tutti i tempi: 53 punti in 2 partite...) e la salita sul podio; poi, eccola che arriva... La coppa è nelle mani dei nostri capitani! Nuova esultanza, improvvisazione dell’inno di Mameli e distrazioni varie, finchè Maurizia Borri non porta il simbolo della vittoria fin sugli spalti; ed ecco che anche noi possiamo provare per la prima volta la disciplina del “sollevamento coppa”! La serata sarà lunga, una festa dove tutti lasceranno da parte ogni espressione seria (e dove qualcuno non ricorderà più il proprio nome, alla fine...), e la giornata successiva la passeremo tra aerei e aeroporti, fino all’accoglienza alle ragazze insieme agli altri AdF. Ma la degna chiusura, pari all’apertura, spetta a Fish, ed è il miglior modo per suggellare la cavalcata azera:
“Non vinciamo... Ma abbiamo vinto!” |
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