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Due metri e ventiquattro rappresentano un ostacolo,un obiettivo,un punto di partenza ma anche di arrivo. A 2 e 24 scorre un nastro bianco carico di sogni ed emozioni. A 2 e 24 nasce la passione per uno degli sport piu' belli al mondo .... il volley al femminile.
 

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giovedì 1 aprile 2010

CEV, DIARIO DI BORDO - SECONDA PARTE

Un pranzo al volo direttamente in albergo, e via a prepararsi per la-partita-più-importante-di-sempre-ma-speriamo-che-quella-di-domani-sia-più-importante... Il momento in cui, solitamente, salta fuori la maggior parte dei riti scaramantici. Scarpe rigorosamente bianche e t-shirt rigorosamente nera da indossare sotto la polo AdF, a cui allaccio prima il bottone in alto, poi quello in basso, infine slaccio nuovamente quello in alto. Sì, lo so, viaggio su livelli abbondantemente ossessivo-compulsivi: ma oggi bisogna giocarsi tutti i jolly a disposizione, oggi conta troppo!

Siamo pronti a partire, usciamo dall’hotel per dirigerci verso i taxi, solitamente in attesa a un centinaio di metri. E qui, vai a capire perchè, mi viene in mente Wayne Gretzky. Anche colui il quale viene considerato da molti il più grande giocatore di hockey di tutti i tempi aveva il suo bel rito scacciajella: una volta sceso sul ghiaccio, sbagliava volutamente il primo tiro del riscaldamento. E vuoi non giocarti anche questa carta??? Via: sulla strada c’è un sasso pronto a essere calciato, la porta immaginaria è creata da due colonne a non più di 8 metri di distanza. Miro a un paio di metri sulla destra e tiro senza esitazione. Il sasso viaggia dritto per una buona metà del suo percorso. Anche questa è fatta...

Poi incontra una piccola buca nell’asfalto. Inizia a viaggiare di piatto. Crea una parabola magica. Vira prepotentemente verso sinistra. Si insacca a fil di palo.

 

Eccheccacchio.

 

Vabbè. Diamo indicazioni a un tassista per raggiungere il Sarhadchi Sport Center. Incomprensioni, dubbi, richiesta agli amici degli amici degli amici, illuminazione, terzo Novruz di giornata. Siamo qui da 8 ore e ci siamo già abituati al rituale degli uomini al volante.

Arriviamo a un’ora e mezza dal fischio d’inizio, con l’arena semivuota: i solerti addetti azeri ci hanno riservato alcuni posti al di sopra delle tribune, sul perimetro che circonda il palazzetto e che si raggiunge dal secondo piano. Praticamente in piccionaia. Un paio di rimbrotti tutti italiani, l’intercessione di “mister Yamamay” Francesco Pinto, e ci ritroviamo catapultati in terza fila, a seguire il match in mezzo agli addetti della squadra non impegnati in panchina.

Di fronte a noi, da deserta che era, la tribuna si riempie per metà: entra un impressionante plotone di soldati, inappuntabili nella loro divisa verde, e si dispone al centro degli spalti. Leggermente intimidatoria come cosa, non è vero?

Nel frattempo anche il resto del palazzetto si riempie, non è zeppo di gente ma l’effetto è notevole. Si parte, e nel frattempo inizia il leit-motiv che ci accompagnerà per tutta la partita: l’incessante coro “Raaaa-Biiii-Taaaa” scandito con esasperante lentezza dagli indigeni presenti. Già dalla partenza veniamo beccati, anche se a volte con esiti grotteschi: Campanari in battuta, acchiappo il megafono e parto con il nostro cavallo di battaglia “daje, daje Cuba! Cuba!”. I ragazzini alle nostre spalle parlottano e lanciano immediatamente il coro “Azerbaijan! Azerbaijan!”. Così, dal nulla, come se avessi inneggiato alla NAZIONE Cuba. Mi viene tantissimo da ridere, ma mi trattengo. La Yama, invece, se ne sbatte dell’ambiente ostile e inizia alla grande: la ricezione azera va fuori giri e becca ace non solo da Fernandinha, ma anche da Turlea e De Luca, non propriamente due fulmini di guerra al servizio. Dietro reggiamo quel tanto che basta, davanti Carmen si diverte a fare patapim e patapam: si chiude 25-15, e scattiamo in piedi con un sorrisone. Tutto troppo facile!

Appunto. Quest’anno lo abbiamo imparato fin troppo bene: mai sottovalutare Busto Arsizio, nel bene e nel male. E’ una lezione che dimentichiamo spesso, ma è una lezione sempre valida. L’inizio del secondo set è la copia carbone del primo, Fè imbastisce una gustosa session di volei bailado, il muro è solido, tutte le ragazze in campo danno il loro onesto contributo. Poi, puf. I riflettori si spengono da una parte del campo, proprio mentre si accendono dall’altra. Tsvetanova, fino a quel momento molto equilibrata nella distribuzione, capisce di avere una sola possibilità, ovvero mettere la palla in mano a Starovic. La serba, in assoluto stato di grazia, prende l’ascensore e sale sempre un piano più in alto rispetto al muro bustocco, per non parlare del servizio: insieme alla compagna di merende Avramovic, regala al Rabita filotti di punti che permetteranno alle padrone di casa di vincere il set per 25-22. Il gioco delle farfalle, da fiera dell’orologiaio svizzero, si trasforma nella sagra dell’orrido. La folla ci crede, urla, se possibile si incattivisce ancor di più: non facciamo in tempo ad lanciare un coro che veniamo sommersi da fischi e ululati. Non oserò più prendere in mano il megafono: è un grosso rammarico, ma non vorrei creare del danno ulteriore alle nostre ragazze in campo. Poi parte il “one man show” dello speaker... Mamma mia, lo speaker. Io non ho mai visto una cosa del genere. E poi c’è gente che si lamenta del nostro Broglia! Lo speaker, dicevo, attende che le nostre si presentino sul punto di battuta; farfuglia qualche cosa nella sua lingua, poi attacca la bocca al microfono e parte con un sommesso “Buuuuuuu...”. Il pubblico, fedele al capobranco, lo segue: un effetto sonoro che (forse chi è nato negli anni ’70 e ’80 la ricorderà) somiglia tantissimo alla lattina-giocattolo della Simmenthal, quella che faceva il verso della mucca quando la si girava. Piovono muggiti da ogni dove. Viva la sportività.

Le ragazze di casa non si fanno aiutare dal pubblico: ora gli errori si vedono anche nella metà campo del Rabita, e tanto basta alla Yama per salutare la compagnia, piazzare un parziale di 12-6 a metà set e chiudere più facilmente di quanto il 25-21 finale possa far pensare. Marta ci fa notare l’evidenza: “Dev’essere questa metà campo a portarci fortuna!”. Vorrei rispondere come il paròn Nereo Rocco: speremo de no. Speriamo di vincere il quarto e di pensare con tranquillità a domani.

Smentito clamorosamente. Baku batte alla perfezione, difende alla perfezione: poco scampo per le nostre, forse attanagliate dalla paura di vincere. Al punto del 21-13 la folla scatta in piedi; i militari sugli spalti perdono l’aplòmb dimostrato fino a quel momento e cantano a braccia alzate. Questo disastroso set è chiuso da Campanari, sul 25-17, con un’ammonizione. Santa, santissima ammonizione: pensiamo subito al tie-break, cheèmmeglio.

Le metà campo vengono ovviamente mantenute, quindi dovremmo subire all’inizio e riscattarci nella seconda parte. Un giudizio tecnico eccellente, non c’è che dire… Ma cosa vuoi che ti venga in mente in certi momenti: ti ritrovi in casa delle avversarie, con tutta l’inerzia del mondo contro di te e con il pubblico praticamente in campo. Non si può fare altro che sperare.

Dai ragazze, giochiamocela… Havelkova sopra al muro, ma parecchio sopra. Bene bene, 4-2 noi. Avanti così.

Dai ragazze, teniamola… Starovic. Starovic. Starovic. Segna sempre lei. 6-4 Rabita. Forza, siamo lì.

Dai ragazze, riprendiamola... Ancora Starovic in battuta, il pallone oltrepassa la rete volando altissimo, Borri lascia sfilare. Sospiro di sollievo.

Ma quel maledetto Mikasa cambia traiettoria. Scende di colpo. Si stampa sulla riga di fondo.

Siamo 10-6 Rabita. Maledetto Gretzky.

Qui non ci credo più. Mi guardo intorno: Stefano e Giorgio sono messi come me, Donald è disperato e ipercritico, Marta osserva in silenzio. Gli unici a conservare speranze sono Francesca e Fish. Li osservo, mi viene quasi da sorridere: bravi ragazzi, siete ottimisti anche di fronte a un’eliminazione ormai compiuta.

Altro che ottimismo fine a sé stesso: loro due la sanno mooooolto più lunga di noi. Ricordate la lezione di prima? “Mai sottovalutare Busto Arsizio, nel bene e nel male”. Turlea e Havelkova, Campanari, Turlea e Havelkova. Recuperone, di là non c’è Starovic che tenga. Siamo 11 pari: azione Rabita, comunque vada non dovrebbe essere l’azione decisiva… A meno che non succeda qualcosa di speciale, di fragoroso.

Tsvetanova palleggia. Parte lo schiaccione azero. Cuba lo stoppa. Il pallone cade rapidissimo in verticale e si schianta a terra: non solo lo vediamo, ma lo sentiamo bene. Il rumore della rimonta compiuta.

Il popolo del Sarhadchi resta a bocca aperta, inerte. Il frastuono del silenzio.

Lo staff, i supporter a Baku e gli AdF tutti, anche quelli davanti alla TV, scattano in piedi urlando. Il dolce suono della speranza ritrovata.

Yama sulle ali dell’entusiasmo: Borri lavora meglio di uno swiffer, tira su da terra qualsiasi cosa. Turlea continua a essere incontenibile, De Luca ci regala e si regala il match point (come nel derby di andata: corsi e ricorsi storici…). Lo saprò dopo, ma in questo momento al tavolo della stampa salta la corrente: di conseguenza, anche gli aggiornamenti sul sito bustocco sono compromessi. Chi non ha Sky non ha modo di conoscere l’esito del match; ricevo 7 sms nel giro di 30 secondi, record personale. Col cacchio che li leggo: c’ho altro da fare, oh.

Il pallone più importante non poteva che essere affidato alla Venere Carmen: boom, il numero 6 non tradisce. Ventisettesimo punto personale. Siamo in finale. Siamo in finale!!! Salti, canti e poche possibilità di vedere cosa succede in campo: giusto l’esultanza della panchina e lo sfogo di Borri, che si inginocchia e piange prima di ricevere l’abbraccio del parentado. Che fatica, ragazzi… Ti fanno perdere 5 anni di vita, ma queste sono indiscutibilmente le vittorie migliori.

Saluti alle ragazze in campo, saluti a tutti: ci tranquillizziamo, recuperiamo un po’ di colore mentre Ekaterinburg e Stella Rossa scendono in campo. Saranno proprio queste ultime le nostre avversarie in finale, ma è un pensiero che si perde via: godiamoci il momento, a domani penseremo… Domani!

[continua...]

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