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sabato 27 marzo 2010

COPPA CEV: DIARIO DI BORDO

DIARIO DI BORDO di Dario Cordella

 

"No no no... Non vinciamo..."

Parole di Fish, uno dei “magnifici sedici” in partenza per Baku. Parole che sentiamo e ripetiamo dalla vigilia del derby d'andata, il punto più alto della stagione. Ha portato bene, è un rito che ci teniamo stretto anche nel momento più importante di tutta la storia della Futura Volley. Tutti gli Amici delle Farfalle lo conoscono, e sanno che il mantra non finisce così; per gli altri, ci arriverò in seguito.

I sedici pronti a vivere il weekend europeo sono tutti in coda per il check in: Francesca, Stefano, Marta e Giorgio, oltre a me, a rappresentare gli AdF; Donald e Fish del gruppo Mu-Ro-Ne!; i signori Borri, sempre in prima fila a incitare la loro figlia nonchè nostra capitana; Willy e Alessandra, legati a doppio filo alla squadra; infine, la delegazione giornalistica.

Il viaggio scorre via tranquillo, tra i rimbrotti degli azeri al ritorno in patria che vorrebbero dormire: poveretti, non sapete con quali casinari state viaggiando!

Andare fino in Azerbaigian per il volley... Una cosa che, per molti di noi, sarebbe stata impensabile fino all’altro ieri! E forse è proprio per questo che la prima parte del viaggio è segnata dall’euforia: uno stato di agitazione che ci fa andare da un posto all’altro dell’aereo per ridere e scherzare, tra i rimbrotti degli azeri al ritorno in patria che vorrebbero dormire (poveretti, non sapete con quali casinari state viaggiando!).

Ma l’emozione cala, si discute più tranquillamente mentre qualcuno si appisola: argomento base, le possibilità della Yama. Di nuovo Fish: “Non vinciamo...”. Io so come va a finire la frase: ma se davvero non vincessimo? Meglio togliersi dalla testa certi pensieri, che diamine...

Atterraggio e arrivo a Baku proprio durante i giorni del Novruz, la festa che celebra l’inizio della primavera e richiama un gran numero di persone nella capitale. E appena usciti dall’aeroporto, è proprio una gran folla quella che si para davanti a noi... Una gran folla di tassisti! Spingono, litigano, attirano l’attenzione finchè non scegliamo i “fortunati”: bene, partiamo in direzione dell’hotel Ambiance!

 

...Bene... Partiamo?

 

Gelo sui volti dei nostri autisti. Nessuno sa dove andare.

Perchè questa è una delle caratteristiche più tragicomiche di Baku: c’è un universo di tassisti al volante delle più disparate macchine, dal Mercedes alla Trabant trentenne, ma nessuno, e dico NESSUNO, conosce le vie della città. Ma a tutto c’è rimedio: uno degli autisti estrae un cellulare, parte la chiamata. Ti immagini che abbia contattato casa: dall’altra parte del capo, il consiglio familiare cerca di dirigere il proprio discepolo verso la retta via. Finalmente arriva la dritta giusta: è festa tra i tassisti, una specie di piccolo Novruz nel parcheggio! Finalmente ci mettiamo in marcia... Già dalle prime occhiate, si nota il grande cambiamento in atto a Baku. La città è un enorme cantiere aperto: ovunque, gru e impalcature sorreggono grattacieli ed edifici di lusso di prossima inaugurazione, frutto dei soldi derivanti dal petrolio. E proprio per questo, Baku è attualmente una città con un meltin’ pot architettonico non indifferente: percorrendo una via sembra di trovarsi dentro la skyline di una metropoli americana; girando l’angolo, ecco abitazioni decisamente più antiche in pieno stile arabo. Una svolta a destra, ed eccoci proiettati in una simil-avenida di Cancun, piena di locali e negozi...

Arrivati a destinazione, depositiamo i bagagli nelle stanze e ci separiamo: Francesca e la Borri Family si fermano per riposare, gli altri proseguono la scoperta della città in direzione Sarhadchi Sport Olympic Center, il “teatro dei sogni” della nostra due giorni. Poche fermate di metrò (niente male!), ed eccoci davanti alla bomboniera casa del Rabita: l’impressione dall’esterno è ottima, un trionfo di marmo incastonato in un centro sportivo piccolo ma apparentemente funzionale. Mi tornano in mente le parole pronunciate da quel funzionario Cev, lesto a dichiarare che “non c’erano motivi per non scegliere quel palazzetto”... Parrebbe proprio di no, la location sembra di prim’ordine. Varcando la soglia d’ingresso il parere non cambia, l’elegantissimo corridoio che circonda il palazzetto è una gioia per gli occhi. Eh sì, penso mentre mi accingo ad aprire la porta che dà sulle tribune, l’addetto aveva ragione, la Cev ha sfatto proprio una bella scel...

...Oddio. Ritiro tutto. Le tribune, a occhio, non riescono a contenere più di 2000 persone. Un senso di vuoto che fa quasi venire il capogiro. Me lo vedo, il funzionario Cev, pronto a dichiarare che “non c’erano motivi per non scegliere quel palazzetto”, e poi tornarsene a casa con le sue belle taniche di benzina.

Busto sta svolgendo gli ultimi minuti di allenamento a propria disposizione, al termine dei quali siamo accolti dalla capitana Maurizia Borri: “Ieri abbiamo provato a fare la doccia qui, ma l’acqua è uscita marrone...”. Ecco, altro punto in meno. PalaYama, mi manchi tanto.

E’ ora di tornare in albergo per recuperare gli altri, mangiare e prepararci alla semifinale: scendiamo a una fermata del metrò diversa, tanto è più vicina all’hotel... E infatti ci perdiamo. Risolvono tutto i solerti tassisti, che dopo la solita assenza di nozioni sulla toponomastica di Baku, dopo il solito brain-storming telefonico e dopo i soliti festeggiamenti alla scoperta della strada corretta, ci conducono a casa base. Dialogo da hit parade tra il tassista e Stefano:

“Amerikan?”

“No, italiani.”

“Aaaaah, italian! Como TV Kommissar... Kommissar...”

“...Il commissario Montalbano?”

“No, no kommissar... Kommissar Cattaneo!”

“Cattaneo? Ah, il commissario Cattani! ‘La Piovra’!”

E anche Michele Placido è omaggiato, in questa giornata fuori dal nostro mondo.

Arriviamo in albergo, il pensiero torna prepotentemente alla Yama. Fish lo percepisce e riparte: “Non vinciamo...”. Per poi aprirsi nel classico sorriso sornione e chiudere il periodo nel modo che tutti noi conosciamo.

 

“Non vinciamo... Ma se vinciamo...”

 

[continua...]

Foto -


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